Il divin codino nerazzurro: Rodrigo Palacio, grazie

Il divin codino nerazzurro: Rodrigo Palacio, grazie

Giornata di addii, anche in casa nerazzurra: l’Inter saluta Palacio, l’uomo giusto al momento sbagliato

Talmente umile che non ha bisogno di una giornata di campionato interamente dedicata a lui. Saluta il calcio italiano, quello che lo ha accolto e rispettato per tanti anni, nello stesso giorno dell’addio dell’altro ragazzino che più a sud fa un valzer dentro il suo vecchio vestito: Palacio, come Totti, bandiera a modo suo, per l’ultima volta in campo.

Mai una parola fuori posto, né un sospiro sopra le righe. Dalle giocate sempre semplici, elementari ma efficaci, tranne che una: quel tacco in piena area che decise il derby di Milano, a pochissimi sussulti dalla fine, che fece esplodere il tifo nerazzurro.

Da chi meno te lo aspettavi? Non proprio, perché Rodrigo i colpi ce li ha. Ma li usa poco e li usa bene, quando servono, senza strafare. Con i piedi per terra e con un treccia lunga che, come un tergicristallo, da una parte all’altra, si muove sui colori dei suoi ultimi anni qui in Italia.

Quella Trenza, appunto, mai tagliata. Una scommessa persa col destino: neanche un trofeo sollevato in 167 partite. Ma 56 gol, uno ogni tre. Mica pochi per chi ha visto passare dalla Pinetina nomi dal talento più cristallino, ma dalla valvola aortica di ghiaccio.

Al contrario di Sebastian, il suo secondo nome, che sull’Inter ci ha messo testa, cuore e… mani. Come quando in Coppa Italia contro il Verona indossò i guanti e si mise a fare il portiere, con risultati eccellenti. Fu in quel momento che si consacrò idolo e trascinatore, ma sempre da persona e uomo normale. Lui c’era e tanto bastava.

Né genio, né sregolatezza. C’è chi vince e c’è chi perde, lui tanto corre casomai. Non avrà classe, ma gambe e fiato finché vuoi. Un eterno Peter Pan che è solo da volere bene, a prescindere dalla fede calcistica. Oggi, contro l’Udinese a San Siro, per l’epilogo di una storia che poteva essere, ma che non è stata. In termini di vittorie, sia chiaro. Perché l’amore vince sempre, anche senza il sesso che ti fa un semplice scudetto.

Ciao Rodrigo. Così come sei entrato, nello stesso modo te ne vai: in punta di piedi.