C’era una volta…Giacinto Facchetti, difensore moderno e presidente. Semplicemente l’Inter

C’era una volta…Giacinto Facchetti, difensore moderno e presidente. Semplicemente l’Inter

Avrebbe compiuto 75 anni oggi Giacinto Facchetti, uomo di calcio e amante della sua Inter come pochi. Perché una volta Facchetti era l’Inter, e l’Inter era Facchetti

C’era una volta l’abitudine di recitare le formazioni, come fanno adesso i bambini con le poesie al cenone di Natale. La si esponeva a ‘terzine‘, mettendoci anima e cuore, ma anche intonazione, pause e accenti. E allora, nel 1982, c’era la famosissima “Zoff, Gentile, Cabrini…“, quella vittoriosa in Spagna e che molti italiani dell’epoca mandano a memoria Ma ce n’è un’altra per chi è più agées che è più conosciuta sia di questa ma anche di ‘A Silvia’ di Leopardi e iniziava cosi:

“Albertosi, Burgnich, Facchetti…”

Questa formazione non vinse il mondiale, si fermò in finale schiantata dal Brasile di Pelè. Vinse l’Europeo, l’unico della storia dell’Italia. Enrico Albertosi era portiere del Cagliari campione d’Italia e successivamente del Milan, gli altri due, Tarcisio Burgnich e  Giacinto Facchetti, per undici anni furono la coppia della Nazionale, la più longeva della storia, ed erano entrambi dell’Inter. Il primo era conosciuto per la sua grande capacità di arginare gli attaccanti “in qualsiasi modo”, l’altro invece… beh l’altro ve lo raccontiamo.

Giacinto Facchetti avrebbe compiuto oggi 75 anni. Nacque a Treviglio, in provincia di Bergamo, il 18 luglio del 1942 da un padre ferroviere. Già da piccolino è innamorato del pallone, ma non disdegna il mondo dell’atletica. Il babbo, una volta capita l’occasione di poter avere un figlio calciatore (e tutti i benefici del caso) lo ‘indirizza’ (leggasi pure obbliga) verso il mondo del pallone. Ma Giacinto ne è più che felice.

Dopo aver giocato nelle giovanili della Trevigliese come attaccante, a 16 anni è destinato a tingersi di nerazzurro: lo vogliono l’Atalanta, uno dei migliori settori giovanili di sempre, e l’Inter, interessata ad aggregarlo direttamente in prima squadra. Giacinto decide di fare il grande salto, abbandonare la provincia e andare a Milano. È qui che Helenio Herrera lo reinventa terzino sinistro nella sua Grande Inter.

Una volta l’Italia era un po’ come è l’Argentina oggi: eravamo la patria dei soprannomi. Grazie soprattutto alla penna meravigliosa di Gianni Brera, molti calciatori venivano conosciuti con il nomignolo datogli dal giornalista. Proprio Brera guidava l’esercito degli avversi a Facchetti nei primi anni della sua carriera, ma Herrera fece scudo intorno a lui tanto che, da lì a poco, Giacinto divenne il più moderno interprete del ruolo. E alla fine anche Brera dovette ricredersi, tanto da consegnargli il soprannome di Giacinto Magno.

Ma Facchetti era più ricordato come Cipe, si dice a causa di un errore proprio del mister portoghese che ne storpiò completamente il nome. La sua autorevolezza in campo, da terzino a tutta spinta volto alla fase offensiva come alla fase difensiva, lo fece diventare una leggenda dell’Inter e di tutto il movimento italiano. Divenne uno dei migliori interpreti del ruolo di sempre, ne cambiò semplicemente i connotati. Il terzino bloccato si trasformò in fluidificante. Insomma, l’esterno basso che sale sulla fascia e crossa prima di Facchetti non esisteva.

In 18 stagioni da giocatore nerazzurro, Giacinto colleziona 634 presenze e 75 gol, un’enormità per un difensore anche di oggi. Sempre con una maglia, quella dell’Inter, che non abbandonerà mai nemmeno dopo il ritiro. Tranne per una breve parentesi, quando nel 1980 abbraccia finalmente l’Atalanta diventandone vicepresidente. Ma sempre e comunque in nerazzurro, quasi come fosse totalmente assuefatto da quei colori.

Nella sede dell’Inter ha occupato tutte le scrivanie più importanti sotto la presidenza Moratti: dapprima fu direttore generale, poi divenne direttore sportivo e in seguito, dopo la morte di un’altra leggenda nerazzurra come Peppino Prisco, prese il ruolo di vicepresidente. Quando Massimo Moratti si dimise dalla carica di presidente, fu proprio Giacinto a prenderne le redini, in maniera tale da non abbandonare la sua Inter fino alla sua morte. Per più di 40 anni Inter e Facchetti divennero sinonimi, assunsero lo stesso significato. L’Inter era Facchetti, e Facchetti era l’Inter.

Si spegne a Milano il 4 settembre del 2006. Un tumore al pancreas se lo porta via proprio mentre la sua Beneamata, in seguito a Calciopoli, venne proclamata campione d’Italia. In seguito il suo nome è stato accostato proprio ai fatti relativi allo scandalo, ma questa è una storia di cui non vi vogliamo parlare. Perché una fiaba è tale se ha un lieto fine, che si trasforma in leggenda nell’ineluttabilità della morte. Arrivata troppo presto per un male orribile ma che non ne ha cancellato la memoria, anzi, l’ha rinforzata. E allora auguri caro Cipe, ovunque tu sia!