Verso Roma-Napoli, la solitudine dei numeri due

Verso Roma-Napoli, la solitudine dei numeri due

Si avvicina il delicatissimo match dell’Olimpico, in cui si affrontano due squadre profondamente diverse. Ma la loro natura è molto più affine di quanto si possa pensare

La storia del calcio è piena zeppa di eterni sconfitti. Vincitori mancati, campioni decaduti. Ce n’è per tutti i gusti, insomma. La loro condanna, o maledizione se preferite, è probabilmente quanto di più crudele possa partorire una disciplina sportiva. Andare a Roma senza mai vedere il papa. Sfiorare la vittoria e vederla fuggire via un attimo dopo. O semplicemente mettersi al collo la medaglia del colore sbagliato. Questa è la vita da eterno secondo. Che fa anche rima con eterno ritorno, poiché entrambe potrebbero identificare una specifica condizione umana. Ma è bene proseguire con ordine.

Giallorossi e partenopei hanno due filosofie di gestione societaria diametralmente opposte. Anche il modo di fare calcio rispecchia una cultura diversa nella concezione di questo sport. Diversa perché lontana, diversa perché unica nel suo genere. Diversa, sì, ma tremendamente simile di fronte ad un canone imprescindibile come la sconfitta. La Roma e il Napoli, il Napoli e la Roma. Due realtà calde e passionali che saranno di fronte nella splendida cornice dell’Olimpico. Dopo la vicenda di Ciro Esposito, i rapporti tra squadre e tifoserie si sono raffreddati, gettando nel cassetto le splendide memorie del secolo scorso. Ma entrambe hanno maturato, negli ultimi anni, due modi diversi e contorti di arrivare allo stesso risultato: la sconfitta.

E’ lapalissiano quanto queste due squadre abbiano rimuginato sulle loro cadute. Perché la vittoria, questa chimera irraggiungibile, è solamente un attimo fugace che supplisce un’assenza momentanea di quella sconfitta tanto ripudiata, quanto agognata e desiderata come stadio perfetto dell’esistenza di una squadra di calcio. Tutto questo – compresa la stessa paura di arrivare a vincere – ha preso comodamente le sembianze di un titano a righe bianco e nere, che incarna a pieno regime il lato opposto della medaglia: la consapevolezza e la straordinaria abilità nel coltivare il culto della vittoria.

Ma la legge fondamentale del pallone rotondo è che quest’ultimo, in fin dei conti, rotola davvero dove vuole lui. Non importa chi lo calcia più forte, chi ha più trofei in bacheca o chi lo tiene maggiormente tra i piedi. Il calcio si nutre di sensazioni tangibili. Il culto della sconfitta – o della vittoria – non è altro che un feticcio artificiale costruito a regola d’arte per attutire i contraccolpi mediatici e non solo. Uscire da questa concezione è un esercizio tremendamente difficile. La vittoria si costruisce mattone dopo mattone, ma prima di tutto bisogna sconfiggere la paura di sentirsi inadeguati. Eusebio Di Francesco e Maurizio Sarri sembrano due controfigure apparentemente inadatte alla vittoria. La Roma è un’eterna incompiuta, il Napoli ha le braccia troppo corte e gracili per riuscire ad alzare un trofeo. Perché la vittoria pesa parecchio e non tutti sono capaci di abbracciarla con la leggerezza necessaria.

Il Napoli e la Roma, la Roma e il Napoli. Due realtà a contrasto che hanno tremendamente bisogno di finire per una volta davanti a tutte le altre. Sarri ha ridato vitalità, filosofia e significato all’essenza estetica partenopea. Di Francesco sta trasformando l’emotiva e affascinante squadra di Spalletti in una realtà cinica, concreta e al tempo stesso spregiudicata. Il risultato è uno scontro fra titani senza precedenti. Precedenti che, nella scorsa stagione, non hanno fatto altro che confermare la tremenda affinità psicologica tra due squadre “belle e impossibili”. Uno-a-tre al San Paolo, uno-a-due al ritorno all’Olimpico. Il calcio è una scienza semplice ma soltanto apparentemente inesatta. Il confine tra vittoria e fallimento è quanto di più labile possa esserci in una realtà sportiva. Sono i dettagli a fare la differenza.

Guardarsi indietro, in certi casi, può addirittura risultare deleterio. La storia va davvero rimossa. E’ bene dimenticare il suo carattere ciclico per una notte, per un giorno, per un mese o per un anno. Solo così diventa possibile scrollarsi di dosso quella patina di inadeguatezza che caratterizza le due realtà più affascinanti del nostro campionato. Roma e Napoli sono due facce di una medaglia fittizia, che affonda le sue radici dietro la paura di vincere. Ma ridare ossigeno a due piazze infuocate è quanto di più semplice possa esserci. Per far sì che questa fiamma diventi un incendio, c’è bisogno di qualcosa in più. Va spezzata una maledizione, va esorcizzata la sconfitta nella sua reale essenza. Perché tra la caduta e la risalita c’è una distinzione puramente artificiale, umana, che si ha paura di spezzare. Sarri e Di Francesco hanno l’arduo compito di gettare il cuore oltre un ostacolo apparente. Un ostacolo finto, appunto, come lo status di eterno secondo. Chissà che la sfida di sabato, all’Olimpico, non possa davvero rappresentare un crocevia per la stagione – e la storia – di queste due amanti dal cuore spezzato. No, non si può uscire dall’eterna sconfitta senza guardarsi negli occhi e superare la paura di questo buio comsico. Ma per una volta, per una notte o per un anno intero, sarebbe davvero bello mettersi al collo la medaglia del colore giusto.   

Fonte foto: facebook.com/ASRItalian