Tutto vero

<b><i>Tutto vero</b></i>

Diciamoci la verità: non ci crediamo ancora. Non ci possiamo credere. Noi che siamo stati cullati nelle notti magiche di Italia 90 sognando di fermare Maradona. Noi che abbiamo capito come funziona il gioco del calcio guardando Baggio pettinare i campi degli States ma sbagliare il rigore in finale. Noi che abbiamo avuto gli incubi della pelata di Barthez e di quella traversa colpita da Di Biagio in Francia che, diavolo, trema ancora. Noi che abbiamo inveito contro Byron Moreno che in Corea nemmeno l’acqua santa di Trapattoni c’ha redento. Noi che “si va a Berlino, Beppe“, e goduria che le parole da sole non possono raccontare.

No, nemmeno le vergogne di Sudafrica 2010 e Brasile 2014, con le Slovacchie e le Coste Riche di turno, ci avevano preparato all’ipotesi. Un mondiale senza l’Italia non esiste. Rotti, sgangherati, sconfusionati. In qualche modo saremmo arrivati. Perché è logico così. È storia. È tradizione. È normalità.

In realtà c’è una volta in cui l’Italia non si è qualificata. Ma è così lontano il 1958, che se non fosse per Wikipedia e i racconti dei nonni nemmeno lo sapremmo. Il Mondiale di Pelè, che a 17 anni stravolgeva la storia del calcio. Ad unire ironicamente le due tragedie un paese che, col pallone, c’entra poco. O almeno, molto meno del nostro. Si giocava in Svezia il primo mondiale a cui l’Italia non riuscì a qualificarsi. Sessant’anni dopo sono quelli alti e biondi a sbatterci fuori con le ossa rotte.

Che no, non sono mica diventati forti. Semplicemente hanno messo a crudo quella verità che ancora facciamo fatica ad accettare. A giugno ci saranno i mondiali, quelli in cui si smette di litigare col vicino al derby e di discutere in comitiva per il rigore non dato. Quelli in cui si dimenticano i veleni e le polemiche di una stagione da avversari e Chiellini diventa bello pure agli anti juventini. Quelli in cui si prende la pizza e la birra e si fa tutti il tifo per la stessa squadra. E no, l’Italia non ci sarà. Non è un brutto sogno. Non è un’ipotesi drammatica, non è la candidatura a Premier di Gigi Di Maio. È la realtà. Così amara che nemmeno sparare veleno contro Ventura, i cross di Candreva e l’Ikea potrà cambiare.

Siamo quelli che i Mondiali li aspettano sempre, e che stavolta aspettano solo che finiscano in fretta. Per cancellare. Per ripartire. Per ricostruire. Per fare finta che non sia mai successo. Siamo l’Italia e non siamo ai Mondiali. È tutto vero.