Cardiff segna, ma non insegna

<b><i>Cardiff segna, ma non insegna</b></i>

È vero, ci vuole equilibrio quando si commenta un 2-2 agli ottavi di Champions con la squadra capace di mettersi dietro i campioni in carica del Real Madrid ed uscire imbattuta con 16 punti nel girone di ferro con il Dortmund. Allegri – che è maestro di campo ma anche di comunicazione – lo sa bene, e nel post Juventus-Tottenham si spende per respingere le critiche e alleggerire la tensione sulla squadra. E fa lo stesso Higuain, croce e delizia del match d’andata, che si inventa paracolpi in un polemico post su Instagram.

La stizza del mister e del bomber possono forse rendere un più equo e giustificato valore al risultato sul campo. Non però alla prestazione. La Juventus è stata succube del Tottenham per la maggior parte del match, nonostante il punteggio favorevole acquisito nei primi 10′ grazie a due clamorosi errori individuali di Davies. L’incapacità di gestire e di sferrare il colpo dell’immeritato ko prima sul 2-0 e poi sul 2-1 col rigore spedito sulla traversa dal Pipita, hanno radici tattiche ben più profonde di un semplice episodio di gara.

Il centrocampo a due Pjanic-Khedira è stato preso in mezzo a una rete di pressing e passaggi. Un deja vu di Cardiff, con la differenza che al posto di Modric, Casemiro e Kroos c’erano Dembele, Dier e a turno Eriksen, Alli e Lamela. Il Tottenham ha concluso il match doppiando il possesso palla della Juventus (63 a 37) e triplicando il numero dei passaggi (638 a 289). Ne è risultato un baricentro inglese altissimo, con una manovra a ridosso della trequarti bianconera. E una Juventus intenta a tappare buchi qua e la. Troppo dispendioso il sacrificio richiesto a Khedira nel tandem con Pjanic. Troppo scarso l’apporto di Douglas Costa nella fase di cucitura tra i reparti.

Vero che alla Juve mancava Matuidi, elemento essenziale nel 4-3-3. E vero pure che le alternative a disposizione, Sturaro e Marchisio (ma anche Asamoah può giocare al centro), sollevavano qualche perplessità per ragioni diverse. Ma le difficoltà del centrocampo bianconero erano evidenti anche nel primo tempo, ben al di là del punteggio favorevole.

Va detto che nonostante le statistiche inchiodino la Juventus alle proprie mancanze, la squadra di Allegri è riuscita comunque a produrre cinque occasioni nitide da gol: le due realizzate, il gol sbagliato da Higuain in contropiede, la traversa sul rigore e un affilatissimo mancino di Bernardeschi deviato in angolo da Lloris. Insomma, qualche centimetro in più o in meno e il day after di Juventus-Tottenham sarebbe stato la celebrazione del cinismo di Allegri. E allora dov’è la verità?

La verità è che il popolo bianconero, ormai sazio di trionfi tra le mura amiche, è affamato di Champions e ogni anno nasce per essere quello giusto. A Londra, fra un mese, non ci vorrà un’impresa, anche se il termine sembra giornalisticamente ineludibile. Servirà una partita da Juventus: pragmatica, lucida, conscia dei propri punti di forza ma anche e soprattutto delle proprie debolezze. Il secondo tempo di Cardiff è una ferita sanguinante, più per l’atteggiamento che per le dimensioni del punteggio. Ora bisogna che la Juve dimostri che Cardiff non ha solo “segnato” profondamente. Bisogna che Cardiff abbia “insegnato”. 

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