Lo scudetto della continuità, a caccia di discontinuità

<b><i>Lo scudetto della continuità, a caccia di discontinuità</b></i>

La numerologia, la scienza, la religione, la cabala, la letteratura. Non esiste ambito che releghi il sette alla condizione di numero qualunque. Eppure nel giorno in cui la Juventus fa la storia, con il settimo scudetto consecutivo, si ha quasi la sensazione che non potesse andare diversamente, che non ci fosse un altro finale possibile.

Il campionato, tuttavia, ha raccontato una storia un po’ diversa. Almeno in un paio di circostanze si è respirata la concreta ipotesi che il dominio a strisce bianche e nere potesse concludersi; quando il Napoli allungava in testa in inverno, rinunciato esplicitamente agli impegni europei, e quando gli azzurri sbancavano lo Stadium con la capocciata di Koulibaly. Nella gestione Allegri, quantomeno, lo scudetto numero quattro è stato senza dubbio il più sofferto.

Eppure il divario tecnico tra la Juventus e tutte le altre – Napoli compreso – resta abissale. Lo è negli 11 (Koulibaly, d’accordo; e poi quale altro giocatore azzurro sarebbe titolare nella Juve?), lo è ancor di più se si pensa alle alternative in panchina. Allegri ha avuto la possibilità di pescare le giocate dei Douglas Costa e dei Bernardeschi di turno, l’esperienza dei Barzagli e dei Marchisio, l’affidabilità di un secondo portiere che sarebbe primo in (quasi) tutto il resto del mondo. Sarri, bontà sua, ha potuto contare su Milik, quando è stato assistito dalle ginocchia, e Zielinski. Il resto della banda è distante anni luce dai livelli richiesti per impensierire lontanamente lo stapotere bianconero.

Nei momenti di difficoltà è venuta fuori la caratteristica che ha reso la Juve invincibile. La continuità. La consapevolezza. L’arroganza, se vogliamo. Io sono la Juventus ed è inaccettabile che il campionato finisca in un modo diverso da questo: la vittoria. Allegri & co. sanno perfettamente cosa serve per vincere in Italia, e ciò che fanno gli altri non li scompone.

D’altra parte il modello Juventus vive la pecca europea molto più di quanto suggeriscano le due finali di Champions in tre anni. Fuori dai confini nazionali, il calcio dei campioni d’Italia va in difficoltà contro avversari di caratura assai inferiore. E anche se quest’anno una possibile impresa è sfumata a un metro dal traguardo, non va dimenticato che il passaggio del turno con il Tottenham è avvenuto in maniera del tutto rocambolesca, e che nell’arco delle due partite gli inglesi hanno surclassato la Juventus sul piano del gioco.

Ma con questo sono sette scudetti di fila per la storia, nel segno della continuità. Che quasi nemmeno si festeggiano più. Cosa chiedere di più a questa squadra?

Un’inversione di tendenza nel gioco, nella mentalità. Un segno di discontinuità. Che magari vincere lo scudetto non sarà così scontato. E chissà che quell’altro sette, CR7, non diventi meno irraggiungibile.